Glossario

Breve glossario delle parole adoperate
Glossario

La scelta delle voci da inserire nel presente glossario è stata effettuata per offrire una panoramica (più vasta e variegata possibile) delle varie sfaccettature dell’“evento ‘68” nei suoi molteplici riflessi politici, sociali, culturali, di costume. Si è anche tenuto conto di quanto emerso durante le video-interviste ai testimoni dell’epoca in termini di parole-chiave e concetti ricorrenti.

Si è deciso di adottare una prospettiva piuttosto libera nella scelta dei fenomeni e dei concetti da includere e nella loro descrizione nelle glosse, sia per quanto riguarda l’ambito temporale (si è seguito talvolta il loro svilupparsi dai primi anni Sessanta fino agli anni Settanta), sia geografico (si è fatto riferimento sia a dinamiche locali, sia a dinamiche di portata sovranazionale o addiritura globale).

In corrispondenza con l’obiettivo di rendere il glossario di facile consultazione anche per lettori non specialisti della materia, si è inoltre deciso di limitare l’esame alle macrodefinizioni, evitando di scendere nel particolare con ulteriori scomposizioni dei concetti-chiave in sottocategorie.

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Se nell’immediato dopoguerra il paradigma antifascista era stato il cemento costitutivo del nuovo sistema democratico, in seguito lo scoppio della Guerra Fredda e il nuovo bipolarismo internazionale avevano permesso la sopravvivenza all’interno degli apparati dello stato di moltissimi funzionari compromessi con il Regime. In questo clima, negli anni ’50, vi era stato ben poco spazio per la memoria e la riaffermazione dell’eredità antifascista. Le cose erano mutate con l’avvento del centro-sinistra: il rilievo delle celebrazioni era cresciuto significativamente, mentre il valore dell’antifascismo come elemento identitario del sistema repubblicano era stato riaffermato.

Questo cambiamento era stato anticipato dai fatti dell’estate del 1960 con le mobilitazioni antifasciste che avevano portato alla caduta del governo Tambroni e si erano caratterizzate anche per la massiccia partecipazione dei giovani. Da questo punto di vista, dunque, il 1960 avvia una stagione, il cui culmine si verifica dopo il '68, in cui l’antifascismo va a costituire per i giovani un viatico per la partecipazione politica. I valori dell’esperienza resistenziale, fino ad allora tutelati dalla sinistra istituzionale, vengono assunti su di sè dalle nuove generazioni e caricati di nuovi significati: richiesta di attuazione delle parole d’ordine di rinnovamento emerse durante la Resistenza, di una”democrazia sostanziale”, ecc…

Viene poi enfatizzata la necessità di opporsi, nelle strade, all’attivismo dell’estrema destra, per difendere spazi di agibilità politica e luoghi simbolici correlati ai valori della Resistenza.

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Il termine Imperialismo entra nel vocabolario marxista all’inizio del ‘900, durante il dibattito che accompagna l’espansione colonialista, ad indicare le forme economiche e politiche con le quali il capitale impone il suo dominio sul mondo e, in particolare, lo sfruttamento dei paesi meno sviluppati. L’antimperialismo è, fin dalla Grande guerra, una parola d’ordine della sinistra.

Negli anni ’60, in un contesto segnato dalla decolonizzazione, da numerose guerre nel Terzo Mondo e dall’imporsi di nuove forme di dominio, dette “neocolonialistiche” da parte del Nord sul Sud del mondo, la tematica antimperialista conosce una nuova fortuna. La guerra del Vietnam, in particolare, diviene il collettore delle proteste contro il carattere imperialista delle Nazioni occidentali, in primis gli USA.

Con lo scoppio del ’68 l’antimperialismo diviene così una delle sue basi teoriche fondamentali, con il riferimento ad esperienze concrete come i movimenti di liberazione nazionale in Africa e America Latina, insieme alla speranza ideale di una rivoluzione nel Terzo Mondo.

Si afferma un paradigma che vede le “altre culture” non come entità passive, in attesa di essere liberate, ma come realtà in grado di portare avanti valori ed esperienze capaci di indicare la via da percorrere anche all’Occidente.

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L’Associazionismo universitario è la forma dell’attivismo politico degli studenti nel periodo precedente il ‘68. Si tratta di organizzazioni che riproducono nei loro orientamenti le forze politiche rappresentate in Parlamento. Le principali sono l'Intesa (di orientamento cattolico) e l'Unione Goliardica Italiana (social comunista) ma non mancano i laici moderati dell’ Associazione Goliardica Indipendente e i neofascisti del Fronte Universitario di Azione Nazionale.

L’organizzazione che le raccoglie tutte è l’ UNURI, Unione Nazionale Universitaria Rappresentativa Italiana, una sorta di parlamentino in cui le sigle sono rappresentate in proporzione alla loro forza, espressa in elezioni generalmente poco partecipate.

Si tratta di Associazioni che fungono da cinghia di trasmissione dei partiti e ripropongono a livello universitario le pratiche della politica parlamentare. Una simile strutturazione non può resistere all’onda montante della contestazione, alla radicalizzazione del conflitto e all’esaltazione della democrazia diretta del ‘68. Fin dalle prime mobilitazioni, le associazioni sono affiancate da vari attori informali, e in breve tempo l’iniziativa sfugge loro di mano per passare al Movimento. Il risultato finale è che, ormai destituite di influenza e credibilità, esse si sciolgono una dopo l’altra.

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Il Movimento sviluppa una propria cultura alternativa, contraria e separata da quella dell’establishment. Questa cultura underground poggia, un po’ ovunque, su una fitta rete di case editrici, di etichette discografiche indipendenti, di gruppi teatrali, riviste, spazi sociali, librerie, produce uno specifico genere musicale, il rock, film e opere letterarie di culto.

Al cuore di molti di questi filoni vi è un attacco alla società dei consumi, sebbene essi finiscano per generare propri oggetti di culto e consumo, “altri” rispetto a quelli dominanti.
Si sviluppano anche stili di vita alternativi come quello degli hippies, che rifiutano denaro e proprietà privata e vivono in piccole Comuni, predicano la libertà sessuale, il ritorno alla natura, il pacifismo, ecc... Si crea anche una estetica del movimento: si diffondono barbe, capelli lunghi, fazzoletti rossi, l’eskimo come abbigliamento identitario.

Per quanto riguarda l’Italia, verso la metà degli anni ’60 fanno la loro comparsa subculture e controculture giovanili, come quella Beat o Provos, il cui orientamento è libertario, pacifista, non violento, contrario al paternalismo borghese e alla repressione sessuale. Tali gruppi mettono in discussione anche le tradizionali concezioni del tempo e dello spazio, rifiutando l’idea di una vita organizzata sulla base di scadenza professionali.

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Il cambiamento delle mentalità, la conflittualità e il rifiuto dell’autoritarismo che contrassegnano il ’68, aprono la strada in Italia a lotte concentrate sull’obiettivo di modernizzare codici legislativi arcaici e svecchiare una serie di istituzioni segnate da una vera e propria “cultura del non diritto”.

Per quanto riguarda il versante istituzionale, la lotta è condotta su impulso di attori interni, che però trovano sostegno nella società. Nella Magistratura operano gruppi come “Magistratura Democratica”, che cercano di riformare l’antiquato sistema giudiziario e di dare all’amministrazione della legge un tono meno classista.

All’interno della corporazione medica si distingue in particolare l’azione degli “psichiatri democratici”, impegnati per il superamento dell’istituzione manicomiale. Nelle Forze Armate sono piuttosto i soldati a guidare la lotta, costituendo i Proletari in Divisa e conducendo scioperi per migliorare le condizioni di vita nelle caserme. In seguito, si svilupperà anche un movimento dei sottoufficiali e dei poliziotti impegnati ad ottenere il disarmo e la sindacalizzazione.

Per quanto riguarda la legislazione, gli anni Settanta si aprono con l’approvazione della legge sul divorzio. Il provvedimento verrà poi confermato dal referendum del 1974.

La successiva presa d’atto, da parte del sistema politico, dei mutamenti avvenuti nel costume della popolazione e la crescente forza del movimento femminista spinge a nuove conquiste civili, dalla riforma del codice civile del 1975 e alla legge sull'aborto del 1978.

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Il dissenso cattolico è dato da una serie di posizioni eterodosse rispetto a quelle delle gerarchie, che hanno origine dal rinnovamento del mondo cattolico generato del Concilio Vaticano II. Questo fenomeno interessa una serie di esperienze piuttosto variegate, dall’azione di taluni prelati, all’attività intellettuale di certe riviste, all’attivismo di gruppi e comunità di base.

Decisiva è l’aspirazione ad una Chiesa “povera”, spogliata dei privilegi mondani, tematica emersa con forza già durante il Concilio, e che ora i dissidenti cercano di mettere in pratica con l’impegno sociale, con la scelta di vivere ed operare nelle fabbriche, nelle periferie urbane e globali, ecc...

Su scala internazionale, esercita una particolare influenza su questi gruppi la situazione del Terzo Mondo, tanto la “sporca guerra” in Vietnam, quanto la situazione dell'America Latina, dove numerosi prelati si sono schierati con decisione a fianco di minoranze ed emarginati.
Dopo l’ondata del ’68 una parte del dissenso assumerà una più netta connotazione politica, avanzando le tesi del superamento dell’unità politica dei cattolici sotto le bandiere della DC, a favore di un impegno nelle file della Vecchia o Nuova Sinistra, sentita come maggiormente sensibile alle istanze di eguaglianza e giustizia evangeliche.

Sul versante sindacale questa spinta porta alla dichiarazione di rottura, da parte delle ACLI, del proprio legame con la DC, e influenza l’evoluzione della CISL verso l’unità sindacale.

 

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L'ecologismo costituisce un' ideologia politica del tutto nuova nel panorama post bellico. Nei fatti, prima del 1968, la sensibilità ambientalista era stata limitata a qualche isolato intellettuale.

Le cose mutano nel corso degli anni '70 quando dall'esperienza della militanza nel Movimento cominciano a sorgere i primi gruppi ecologisti, caratterizzati da sensibilità libertaria, pacifismo, femminismo e valori post-materialisti, associati al timore per il degrado ambientale.

I diversi movimenti ecologisti presentano richieste comuni: la costruzione di una società sostenibile, che ponga fine agli sprechi dell'industrialismo, una crescita non distruttiva e il ricorso ad energie rinnovabili. Promuovono inoltre una diversa qualità della vita, maggiore giustizia sociale, diminuzione degli orari di lavoro e interventi per alleviare l'alienazione dell'esistenza.

Politicamente gli ecologisti manifestano ostilità verso lo stato accentratore, l'autoritarismo delle istituzioni, la democrazia rappresentativa e le oligarchie di partito. Il primato è conferito all'azione su scala locale con la partecipazione di una base ampia, coinvolta in pratiche di democrazia di base, con scarso grado di formalizzazione e ampio livello di decentralizzazione.

Il movimento ecologista italiano, meno significativo di quelli nord europei, mostra come il paese non si differenzi troppo da altri dell'area mediterranea, in cui la coscienza ambientalista tarda a diffondersi e la sensibilità per proposte ecologiste è relativamente limitata.

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Fin dalla diffusione del pensiero marxista, l'idea di una comunanza di condizione dei lavoratori sfruttati di tutto il mondo che li unisce al di là delle differenze nazionali e li porta a contrapporsi alle rispettive classi dominanti, aveva avuto un notevole peso all'interno del Movimento socialista.

L'idea che l'internazionalismo proletario fosse una risorsa decisiva nel conflitto di classe e la speranza che una palingenesi sociale potesse portare al superamento degli antagonismi nazionali, avevano trovato una propria realizzazione storica nel sorgere delle Internazionali, sebbene queste enunciazioni teoriche coesistessero con una prassi di progressiva integrazione dei vari movimenti socialisti all'interno del contesto nazionale.

L'allargamento degli interessi dall'Occidente al mondo intero e l'impeto dei processi di decolonizzazione, dà nuova forza, negli anni Sessanta, alle tematiche internazionaliste. I movimenti seguono attentamente le vicende cinesi, vietnamite e latino-americane.

Miti, ideologie, parole d'ordine si muovono su scala globale ed è anzi il Terzo Mondo, con le sue masse sterminate e sfruttate, ad essere individuato come il cuore di una possibile nuova rivoluzione al posto dell’Occidente irregimentato nella società del benessere.

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Dopo il 1964, in Italia la crescita economica era ripresa grazie ad aumenti della produttività, ottenuti intensificando i ritmi di lavoro. Inoltre, in fabbrica i sindacati non erano ancora pienamente accettati come controparti e rimanevano forme di repressione, sebbene più selettive.

Il primo segno dell’ondata di protesta arriva nel marzo 1968, quando la mobilitazione per la riforma delle pensioni, promossa dalla sola CGIL, ottiene un successo imprevisto.

Nei primi mesi del 1968, si verifica una crescita della conflittualità in fabbrica come mai in precedenza. Le vertenze mostrano una crescente radicalità delle richieste e delle forme di lotta.

In autunno, la mobilitazione operaia aumenta, modificando le forme del conflitto industriale e sociale, sotto aspetti come la sua estensione agli impiegati e il protagonismo degli operai comuni.

Nella primavera del 1969, dopo l’esplosione di forti lotte anche alla FIAT, comincia a manifestarsi una forte aspettativa riguardo al rinnovo del contratto dei metalmeccanici fissato per l‘autunno, che sembra destinato ad essere il momento della decisiva prova di forza fra industriali e lavoratori.

La vertenza per i contratti si apre effettivamente a settembre e si caratterizza per un coinvolgimento degli operai e per un numero di scioperi senza precedenti. Le rivendicazioni su cui si muove la lotta sono: 40 ore settimanali, parità normativa fra operai e impiegati, aumenti uguali per tutti, ecc...

Dopo settimane di mobilitazione e di scioperi generali, infine, in dicembre i contratti sono firmati dalla Confindustria. In seguito, mentre le vertenze di una serie di altre categorie permettono loro di ottenere a loro volta miglioramenti delle condizioni, lo stesso Parlamento suggellerà la nuova centralità del mondo del lavoro con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori.

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La contestazione operaia e studentesca apre la strada ad una serie di mobilitazioni che investono vari ambiti della società italiana, diffondendosi anche nelle periferie, fra le fasce più disagiate della popolazione. Loro frutto immediato sono mercati, consultori, asili e altri centri di ritrovo autogestiti. Mobilitazioni di più ampio respiro si concentrano su tematiche come il problema della casa: riduzione degli affitti e abitazioni più decorose sono le richieste principali.

Si costituiscono raggruppamenti rispondenti a varie tattiche di lotta, come l’ Unione Inquilini, che adotta lo sciopero dell’affitto e le occupazioni. Anche i sindacati e la sinistra istituzionale si preoccupano del tema, sostenendo mobilitazioni e appoggiando un'altra organizzazione degli inquilini, il SUNIA. Nonostante l’impegno, le lotte ottengono risultati abbastanza limitati: non mancano alcune vittorie significative, ma le divisioni interne indeboliscono la forza della mobilitazione. Inoltre, il perno dell’azione rimane il settore pubblico, mentre quello privato, che domina l’industria edilizia italiana, rimane quasi immune.

Altre importanti lotte si sviluppano in gran parte sotto la guida del sindacato, per esempio quelle per una riforma del settore abitativo e della pianificazione urbana, nonché della sanità, delle scuole e dei trasporti.

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Dall’inizio degli anni ‘60 gli Stati Uniti erano divenuti la culla di una elaborazione “neofemminista” distinta rispetto alle lotte di emancipazione precedenti. L’attivismo americano viene recepito in Europa in corrispondenza con la contestazione del ’68. Al tempo in Italia le donne sono ancora fortemente emarginate sia nella sfera privata sia in quella pubblica, nonostante esista una radicata tradizione di femminismo emancipazionista legato alla sinistra storica e all’UDI.

Una nuova tappa arriva con il ’68: benché restino escluse dai ruoli fondamentali e la loro partecipazione sia marginalizzata, le donne prendono parte in gran numero al Movimento.
Inoltre, la Contestazione anticipa i temi che verranno declinati al femminile negli anni seguenti: soggettività, ricerca di nuovi modelli di relazioni interpersonali, valenza politica della sfera privata.

Così, mentre il Movimento si esaurisce, nasce dalle sue ceneri una rete di collettivi femministi che sviluppano un approfondito lavoro di critica delle forme dell’oppressione femminile nella società capitalistica e del ruolo pubblico e privato delle donne. Al posto delle tradizionali istanze emancipazioniste, ora vengono elaborate le prime definizioni legate alle teorie della differenza sessuale. Altri temi acquisiscono una crescente centralità, dalla critica alla famiglia, vista come istituzione del dominio maschile, alla rivendicazione del diritto al controllo della propria sessualità.

Il protagonismo delle donne sulla scena pubblica intreccia battaglie sui diritti sociali e civili come il nuovo diritto di famiglia, il divorzio e la violenza sessuale. Ma più di ogni altra tematica, è la questione dell’aborto a divenire di cruciale importanza per l’evoluzione del movimento femminista. A partire dal 1975 l’azione di alcune componenti del movimento, spalleggiate dai radicali, porta alla raccolta di 750.000 firme per un referendum che abolisse la normativa che criminalizzava l’aborto.

Queste campagne aprono una nuova fase nella storia del femminismo: le attività dei piccoli gruppi di autocoscienza vengono affiancate da eventi nell’arena politica tradizionale. Infine, nel 1978, la legge 194 permetterà di superare la criminalizzazione dell’aborto.

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Già nel corso del 1965 all’interno dell’università italiana si era registra una serie di mobilitazioni contro il disegno di legge 2314 di riforma dell’università. Il 1966 è segnato dall'uccisione, a Roma, dello studente Paolo Rossi ad opera di una squadraccia neofascista. Seguono giorni di poteste e occupazioni con la richiesta delle dimissioni del rettore.

Comunque, è nell’autunno 1967 che il Movimento esplode in quasi tutte le università, trascinato da una serie di cause scatenanti di portata locale, ma ispirato da comuni tensioni di carattere antiautoritario, anticapitalista e antimperialista. Viene messa in discussione non solo la natura classista dell'università, ma anche i condizionamenti imposti alla personalità degli studenti, indottrinati all'autoritarismo e preparanti a svolgere funzioni direttive nella società borghese.

Con il passare dei mesi, la mobilitazione non si attenua e si estende sia geograficamente sia per le dimensioni della critica, allargatasi all'intera società, vista come fondata, tanto nella vita privata quanto in quella pubblica, su autoritarismo, classismo e ingiustizia. Gli studenti si sforzano di creare una comunità nuova, che adotti regole, modelli e orizzonti culturali collettivi alternativi.

A partire dall’autunno 1968, la protesta si fa più sporadica, spesso legandosi a questioni più attinenti alle lotte operaie e relative al rapporto operai e studenti piuttosto che interne agli atenei. Di lì a breve, sarebbe arrivata la nascita dei gruppi extraparlamentari.

Nella primavera del 1968 cominciano a mobilitarsi anche gli studenti medi, con occupazioni, scioperi e manifestazioni. La loro ondata più significativa si avvia però solo da ottobre, quando entrano in sciopero centinaia di istituti in ogni parte del paese. Se molte rivendicazioni del movimento dei medi sono riprese dagli universitari, la richiesta che fa da collante alla lotta è quella del diritto di assemblea.

Il Movimento dei medi si sarebbe dimostrato molto più longevo dell’università. Per buona parte degli anni ’70, gli istituti superiori continueranno a scendere in lotta mentre sarà proprio all’interno di essi che le forze della Nuova Sinistra troveranno una delle maggiori riserve di militanti.

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Fino alla metà degli anni ’50, il monopolio sull’area politica nostalgica è conservato dal Movimento Sociale Italiano con la sua stabile rappresentanza parlamentare. Tuttavia, nel 1956, da una scissione all’interno dell’MSI nasce Ordine Nuovo, che si richiama piuttosto esplicitamente all’ideologia nazista e si rifà anche alle teorie del filosofo Julius Evola. Sarà solo l’inizio di una frammentazione che vedrà un’altra tappa importante nel 1960 con la fuoriuscita di Stefano delle Chiaie, che costituisce Avanguardia Nazionale.

Nonostante la separazione, i legami fra questi gruppi e l’MSI non scompaiono affatto ed, in particolare, la loro influenza non è trascurabile sulle organizzazioni giovanili missine.
Per tutti gli anni ’60 e ’70, tanto le formazioni dell’estremismo nero extraparlamentare quanto quelle più direttamente legate all’MSI mostrano un notevole attivismo di piazza e non esitano a scontrarsi duramente con i militanti di sinistra o del Movimento.

Significativi sono anche i contatti che l’arcipelago neofascista tiene sia con certi settori delle forze armate che dei servizi segreti italiani, americani e della Grecia dei colonnelli. Da questo magma di relazioni e da questo miscuglio di personaggi a metà strada fra l’estremismo politico e la collaborazione con settori deviati degli apparati di sicurezza emergeranno gli autori e i complici di numerose stragi della Strategia della tensione.

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Nell’autunno del ’68, il Movimento studentesco giunge a conclusione nelle università, in parte anche per l’assenza di qualsiasi recepimento delle istanze della protesta da parte dell’autorità dello Stato.

Contemporaneamente, dal punto di vista teorico, si assiste al progressivo spostamento di attenzione dagli atenei alle fabbriche e alla classe operaia, considerata il naturale alleato nell’avvio di un processo rivoluzionario. Si diffonde inoltre la convinzione che la prematura fine del Maggio francese sia stata legata ad un eccesso di spontaneismo. Vengono così progressivamente rivalutate l’importanza di un’organizzazione stabile e le concezioni leniniste sulle avanguardie.

Nella primavera del 1969, molti gruppi studenteschi operano ormai stabilmente davanti ai cancelli delle fabbriche, ed in particolare alla FIAT, simbolo dell'industria italiana. L’azione di queste fasce del movimento ottiene un certo riscontro con la creazione di una Assemblea degli operai e degli studenti, al cui interno si sviluppa il concetto di “autonomia operaia”.

Nell’autunno del 1969, i gruppi studenteschi compiono il passaggio decisivo, formando delle vere e proprie formazioni organizzate, che vanno a costituire nel loro insieme la Nuova Sinistra italiana. Precursori, lungo questa strada, erano stati i gruppi marxisti-leninisti, sorti fin dalla prima metà degli anni sessanta richiamandosi al modello cinese e riunendo sia militanti fuoriusciti dal Pci in polemica con la destalinizzazione che studenti entusiasti del mito della Rivoluzione culturale. Fra i gruppi marxisti leninisti, caratterizzati da estremo settarismo e dogmatismo e da una visione totalizzante della militanza politica, vanno ricordati la Federazione marxista-leninista, il Partito Comunista d’Italia (marxista-leninista) e l’Unione dei Comunisti Italiani (marxisti-leninisti), quest’ultima nota anche come “Servire il Popolo”, titolo del periodico legato al gruppo.

Per quanto riguarda gli altri gruppi, dall’anima operaista del ’68 scaturisce, in diretta continuità con l’esperienza del Potere Operaio veneto-emiliano, Potere Operaio. In Lotta Continua confluiscono invece le esperienze pregresse del gruppo del Potere Operaio Pisano e il filone libertario rappresentato di una parte del movimento studentesco. Altre formazioni sono Avanguardia Operaia, che si richiama al trotzkismo e al leninismo e coagula alcuni settori del mondo studentesco e intellettuale ed esperienze di autorganizzazione operaia come i Comitati Unitari di Base e il Movimento Studentesco, forte soprattutto a Milano, all’Università statale. 
Dalle fila del Pci prende vita il gruppo de “Il Manifesto”. Esso riunisce una parte della sinistra interna al Partito comunista, i cui esponenti vengono radiati nell’ottobre 1969 dopo che, in crescente polemica con la dirigenza del partito, avevano dato vita all’omonimo periodico.      
Il gruppo de “Il Manifesto” si caratterizza da una parte per la riaffermazione, dopo le lotte operaie e studentesche, dell’attualità di una prospettiva rivoluzionaria in Occidente e dall’altra per un netto ripudio del modello sovietico, definito burocratico e autoritario.

Presi tutti insieme, i gruppi italiani costituiscono la più numerosa forza di Nuova Sinistra a livello europeo.

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Il pacifismo identifica l’insieme delle teorie che fanno riferimento all’abbandono e al superamento della guerra e della violenza come mezzo di relazione fra gli Stati e gli uomini.
Lo scoppio del ’68 è anticipato da una grande mobilitazione, iniziata nelle università americane e diffusasi poi in Europa, contro la guerra del Vietnam, che funge anche da detonatore della rivolta.

In Italia sono soprattutto i partiti di sinistra a guidare le mobilitazioni nelle piazze, sebbene non manchi una crescente partecipazione del mondo cattolico. Dal 1966-67, il tono si va radicalizzando e alla critica alla politica americana si affianca anche la messa in discussione di quella sovietica, a favore di modelli cinesi o terzomondisti. In effetti, quello sessantottino è un pacifismo che assume una connotazione antimperialista, marxista e rivoluzionaria.

Meno successo ha invece la pratica della nonviolenza come forma di liberazione collettiva e individuale, tanto a causa della radicalità della contestazione contro la società capitalistica dei movimenti quanto per la dura risposta che ricevono i dimostranti da parte dell'autorità, nonché per l’intensificarsi dei conflitti internazionali.

La concezione della non violenza come pratica di vita “diversa“, tende più a concentrarsi nell’universo della controcultura oppure, soprattutto in Italia, nel mondo del dissenso cattolico.

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’esplosione, a partire dal 1967, del Movimento di contestazione giovanile coglie di sorpresa le principali forze politiche. Alla sorpresa si affianca lo spiazzamento, alimentato dalle connotazioni che il Movimento manifesta. In effetti, il Movimento critica i partiti, in quanto strutture verticistiche e burocratiche, cui vengono contrapposte pratiche di democrazia diretta. Inoltre, vi è il rifiuto della delega e il rigetto dell'ipotesi di trasposizione in un programma di riforme delle istanze di contestazione. Infine, alle forze di governo viene imputata la repressione subita, mentre a quelle di sinistra la rinuncia ad un’azione rivoluzionaria a favore di un pragmatico riformismo.

Sul fronte dei Partiti, la DC e i suoi alleati, sebbene non siano del tutto sordi alle istanze sollevate dalla contestazione, imboccano una via repressiva e autoritaria nei confronti del Movimento. A sinistra, il PSIUP si schiera dalla parte della contestazione. In questo sforzo è ravvisabile un tentativo di accrescere il proprio spazio politico, ritagliandosi uno ruolo “a sinistra” rispetto allo stesso PCI. Molto più complessa è la parabola del PCI, dal cui punto di vista il Movimento è certamente un alleato tattico. D’altra parte, molte delle connotazioni assunte dalla rivolta generano incomprensione e sospetto per il loro radicalismo e i tratti innovativi. Questa ambivalenza fa sì che all’interno del partito non si riscontri una posizione univoca. Da un lato vi sono coloro che tendono a considerare in termini negativi l’azione degli studenti, dall'altro coloro che ritengono che il Movimento sollevi problemi reali e possa essere un alleato del PCI.

In definitiva, la strategia del partito è un tentativo di individuare una prudente via intermedia fra considerazioni contrastanti. Viene presentato un formale omaggio all’autonomia del Movimento e si cerca di incanalarne la spinta politica verso un concreto programma di riforme. D’altra parte il Partito Comunista non rinuncia ad esercitare un critica sugli aspetti della contestazione giovanile che considera errati. Nonostante questi sforzi, il rapporto fra il PCI e gli studenti rimane altalenante per tutto il corso del ’68, viziato da una certa diffidenza reciproca, anche se il filo del dialogo non si spezza mai del tutto, nemmeno nei momenti di più alta tensione.

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Il '68 come movimento e fenomeno è anticipato da una serie di vicende, dal conflitto indocinese alla Rivoluzione culturale cinese all'azione dei guerriglieri nel Terzo Mondo, all'inizio della mobilitazione degli studenti negli Stati Uniti, Germania, Italia.

Tali avvenimenti raggiungono tuttavia il loro apice nel 1968, anno in cui la mobilitazione divenne un vero e proprio “evento globale“, condiviso da centinaia di milioni di persone in tutto il pianeta. Le morti di Luther King e di Kennedy, la Primavera di Praga, il Maggio francese, provocano reazioni in ogni continente e, allo stesso modo, il taglio assunto dalla contestazione giovanile – nelle idee, negli slogan, nelle parole d'ordine, nelle forme di lotta, perfino negli aspetti di costume – appare globale, con gli studenti accomunati da tutti questi elementi, piuttosto che divisi dalle specificità nazionali, il che, ovviamente, enfatizza anche la matrice generazionale della rivolta.

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L’ondata della mobilitazione operaia, nel 1968-69, si sviluppa spesso al di fuori del controllo del sindacato e facendo riferimento a concetti come l'”autonomia” e la “democrazia diretta”.
Al centro dell’azione degli operai c'è l‘assemblea, con funzione decisionale sulle rivendicazioni e le forme di lotta, che si diversificano da pratiche consolidate, connotandosi per il loro radicalismo: scioperi a scacchiera, scioperi bianchi, sit-in, cortei interni, scontri con la Polizia.

Di fronte a ciò, le confederazioni non arginano la combattività ma si aprono al rinnovamento e, durante l'Autunno caldo, riacquistano prestigio e controllo sull’organizzazione di base.

In primo luogo, viene risolta la questione dello stretto legame con i partiti politici, attraverso la decisione di rendere incompatibili incarichi politici e sindacali. L’allentamento dei legami coi partiti dà una spinta verso la collaborazione e l’unificazione dei sindacati.

Anche rispetto alle forme di lotta adottate nelle fabbriche, l’atteggiamento sindacale è di lasciar spazio all’autodeterminazione operaia. In questo modo, le confederazioni conservano una legittimità che si traduce nel voto favorevole all’accettazione del contratto del 1969.

In seguito, i sindacati si impegnano per un recupero più stabile della propria influenza. L’adozione di una struttura operativa basata sui delegati rappresenta sia la prova dell’accoglimento delle suggestioni del Movimento che la riaffermazione del principio della rappresentanza sulla democrazia diretta.
Più in generale si può dire che i sindacati tornano ad esprimere il proprio protagonismo e divengono il centro decisionale delle mobilitazioni del mondo del lavoro, dimostrandosi capaci di integrare nel proprio bagaglio concettuale molte suggestioni emerse durante l’ondata di lotta.

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La stampa periodica gioca un ruolo importante nell’incubazione del ’68, permettendo la riflessione teorica di teorizzazioni destinate ad avere larga circolazione. Particolarmente importanti sono i “Quaderni piacentini”, una rivista bimestrale sorta a Piacenza nel 1962. La rivista punta ad analizzare gli effetti del neocapitalismo non solo in fabbrica ma anche nella società e nella politica.

Altrettanto significativa è la rivista “Quaderni Rossi”, edita a partire dal 1961, i cui autori utilizzano il marxismo come uno strumento scientifico di analisi della realtà, nonché come chiave interpretativa delle trasformazione prodotte dal neocapitalismo. Il rapporto con i lavoratori diviene lo strumento per acquisire conoscenza sulla condizione della classe operaia, da cui far nascere rivendicazioni volte a condurre ad una battaglia generale contro il capitalismo.

Sul piano politico entrambe le riviste cercano alternative ai tradizionali partiti operai, a cui è imputata una deriva riformista ed una debolezza di critica rispetto al fenomeno del neocapitalismo. Sebbene la circolazione di questi periodici sia piuttosto esigua, la notevole qualità delle loro riflessioni teoriche li rendono un punto di riferimento per il movimento studentesco e operaio.

Con l’inizio della contestazione vera e propria, la stampa alternativa acquisisce una importanza ancora maggiore. Ora molte testate legate al Movimento assumono un rilievo per la loro capacità di portare avanti un'azione di inchiesta, che mette in luce i meccanismi nascosti di funzionamento del potere e di controinformazione, contrapponendosi alla stampa dell'establishment.

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Nel corso del 1969 si verificano in Italia numerosi attentati dinamitardi, culminati in un'esplosione, il 12 dicembre, alla Banca dell’Agricoltura di Milano, che provoca sedici vittime e decine di feriti.

Le autorità dichiarano immediatamente che gli autori dell’attentato appartengono agli ambienti anarchici, trascurando ogni ipotesi alternativa. In breve, però, vengono alla luce sospetti circa la complicità degli apparati dello stato nella strage.

Il libro “La Strage di stato” (1970) anticipa quanto emerso poi da varie inchieste giudiziarie, ossia le responsabilità nel misfatto di figure gravitanti nell'estrema destra, coadiuvate da settori deviati degli apparati dello Stato, poi impegnati anche in azioni di depistaggio. Piazza Fontana, è seguita, fino al 1974, da una serie di attentati che costituiscono la cosiddetta “Strategia della tensione”, caratterizzata dall’azione di terroristi neofascisti su mandato di centri di potere interni allo Stato interessati ad una destabilizzazione del paese che aprisse la strada ad una involuzione autoritaria.

Frattanto, fa la sua comparsa anche un terrorismo di opposto segno politico. Alla conclusione del ciclo 1968-69, frange minoritarie del movimento operaio e studentesco, frustrate nelle loro aspirazioni rivoluzionarie e convinte dell’imminenza di una involuzione autoritaria e di un colpo di stato, imboccano la via della clandestinità e degli omicidi politici. Tra esse, la principale sono le Brigate Rosse, che si richiamano ad una linea politica di stampo terzo-internazionalista e dimostrano una particolare fascinazione per il Terzo Mondo e i suoi gruppi guerriglieri.

Altri gruppi minori del terrorismo rosso italiano sono i NAP, sorti dall’unione di ex militanti di Lotta Continua e del movimento nelle carceri e Prima Linea.

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Terzomondismo è una categoria politica utilizzata per riassumere l’insieme delle teorie che si incentrano sui fenomeni rivoluzionari nei paesi del Terzo Mondo.

Alle origini della grande attenzione che ricevono queste teorie nel 1968 vi è l'interesse occidentale di fronte all’ondata della decolonizzazione ed ad esperienze come quella cubana, che sembrano aprire possibilità di sovversione dell’ordine politico, sociale ed economico capitalista.

Importanti sono anche opere teoriche come “L’ Uomo ad una dimensione “ di Marcuse, che mette in discussione i tradizionali soggetti rivoluzionari del pensiero marxista, ossia gli operai, e pone il problema dell’individuazione di nuove potenzialità rivoluzionarie. Con i “Dannati della Terra” di Fanon ha particolare successo una visione secondo la quale i conflitti anticoloniali sono caricati di enormi potenziali di emancipazione.

Un insieme di esperienze e di loro letture date in Occidente contribuisce poi a sancire l’idea che il Terzo Mondo possa costituire l’innesco per la rivoluzione globale. In primo luogo, la guerra del Vietnam: il successo dei Vietcong nel contenere il colosso americano porta a vedere in loro l'avanguardia coraggiosa di una più ampia lotta contro l'imperialismo. La contemporanea Rivoluzione culturale cinese è invece recepita come occasione per un ritorno al comunismo ugualitario e antiburocratico delle origini. La tragica e romantica parabola di "Che" Guevara contribuisce a dar forza all'idea della necessità di combattere ovunque l'imperialismo.

Costante, per tutta la stagione del Movimento, è dunque la vicinanza alla lotta del Terzo Mondo e la volontà di presentare l’azione dei contestatori in Occidente come complementare ad essa.

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